giovedì 30 novembre 2017

Cornettini di mele all'Estate di Vivaldi



Ho sempre creduto che alla fruizione del bello debba essere associata anche la fruizione del buono.
A un film, a una mostra, a una bella passeggiata, a una serie TV, a un libro, a un pezzo musicale occorre necessariamente abbinare una particolare pietanza. Per ampliare l’esperienza. Proprio come si fa con il vino.

Di solito, si mangia, si beve e si chiacchiera. Si può anche mangiare, bere, chiacchierare e fruire di qualcosa di bello. Una sorta di kalòs kai agathòs in chiave mangereccia e conviviale. Perché no?

Da un’idea del genere potrebbe quasi nascere una rubrica, ma il periodo non è di quelli che aiutano la regolarità. Intanto iniziamo, non si sa mai, magari qualcosa di nuovo nasce e - magari - rischiarerà un po' il buio cromatico di questo blog che, da un po' di tempo a questa parte, poco mi rappresenta.

Il Bello: L’Estate di Vivaldi (e in particolare: III Movimento. Presto. Tempo impetuoso d'Estate)
Il Buono: Cornetti di pasta sfoglia alle mele
Ambientazione: interno, tardo pomeriggio, buio e freddo
Chiacchierata: stavolta solo con me stessa

Non c’è musica più invernale dell’Estate di Vivaldi. Non so perché sia così, forse quegli archi così taglienti tanto ricordano il vento gelido che sferza case e guance e lo strato di ghiaccio che si crea di notte e che al mattino scricchiola sotto gli pneumatici delle auto.
L’Estate di Vivaldi è stata per tanto tempo una parte della mia colonna sonora adolescenziale. Non che ascoltassi solo musica classica, ascoltavo anche altro, ma quell’altro era per passare il tempo, la musica classica, invece, mi serviva e mi serve e serve in generale a sprigionare qualcosa di molto più profondo: emozioni a cui non sappiamo dare voce e che forse neppure possiedono una parola che le definisca. La musica classica esplora l’anima e le dà calore. Quel calore che sentivo puntualmente quando ascoltavo l’Estate di Vivaldi, nella taverna di casa mia, davanti a un caminetto non sempre acceso ma che, anche spento, non si sa come, aveva (e ha) il potere di sprigionare calore; la musica proveniva da una musicassetta (leggete bene: musicassetta!), che esiste ancora e che ancora è infilata nello stereo - stereo tuttora esistente ma con la presa staccata - del quale ben presto prese il sopravvento la parte destinata al lettore cd (altro termine ormai desueto: lettore cd). E quello era (anzi è) solo il secondo stereo di casa, perché il primo, l’impianto stereo grande come la sala missaggio di una Major e con tanto di vintage puntina per i vinili, svettava - e svetta - in salotto, all’ingresso, là dove tutti possono subito ammirarlo. Casse di alta fattura, altro che cuffie dell’iPhone. Altro che Apple Music. 
Apple Music, che comunque uso. E il saperlo usare fa la differenza e, a volte, sa portarti di nuovo davanti a quel caminetto spento ma caldo, accanto allo stereo e alla musicassetta consunta che riusciva a sprigionare calore. 

Il calore è quello che serve d’autunno, in particolare in questo autunno che sta velocemente trascolorando in un inverno rigido e piovoso. Insomma, fuori piove, fa freddo e l’ora solare regala il tramonto prima delle cinque del pomeriggio. Così ti ritrovi alle diciassette e trenta con la stessa aria delle due di notte. È un’atmosfera che mi piace, specialmente perché sono in casa, al calduccio, e sovrasto la strada su cui si affannano piccole le auto di chi sta ancora in giro e non ha la mia stessa fortuna - quella di essere osservatrice dall’alto, dalla finestra illuminata di casa. 
Avvolta nella vestaglia regalata dalla mamma nel corredo, decido di darmi un altro po' di calore. Accendo proprio l’Estate di Vivaldi e la metto in loop. 
Qualcosa di forte mi si muove dentro. 
Sento calore, ma ho bisogno di altro calore.
Decido di preparare il dolcetto per la colazione. Quello che tanto piace al mio maritino. Così quando rientrerà dal lavoro si sentirà avvolgere dallo stesso calore e in un istante si sentirà davvero a casa.

Ho la pasta sfoglia già pronta. Potrei anche fare l’impasto, ho già sfogliato dei cornetti in passato, ma ora non ne ho le forze e soprattutto mi manca il tempo.
In un pentolino metto a sobbollire due mele, mezzo limone, un po' di zucchero, burro, miele. Lascio andare piano, finché il fondo non diventa una poltiglia profumata e in superficie le mele rimangono dei tocchetti caramellati. Lascio raffreddare un po' e poi riempio i triangolini di pasta sfoglia con le mie mele. Arrotolo, una veloce spennellata di latte. Io: che non mangiavo mele cotte nemmeno sotto tortura perché da bambina, ricordo, me le ordinò il pediatra, in un periodo di malattia. Io: che ora vivo di mele cotte, declinate in tante gustose soluzioni di sapori. In forno, i miei piccoli cornetti sprigionano tutto il loro profumo, sanno di casa e mura di protezione, vestaglia, copertina in pile sul divano e coccole, mentre l’Estate di Vivaldi, col suo sentore di tuoni e fulmini minacciosi, non fa che acuire il senso di protezione che i miei cornettini mi sanno dare.


E così è, specialmente il mattino dopo, quando ci alziamo per fare colazione e fuori è ancora buio. A malapena si intravedono gli alberi, che però tra i loro rami racchiudono le piccole luci del paesello vicino. È dura alzarsi e mettersi in moto, ma i cornettini alla mela nel caffellatte bollente ci riconciliano con il mondo. O, almeno, contribuiscono a mettere un tassello in più nel nostro piccolo mondo. 

Immagine: Jean-Baptiste Siméon Chardin, La Brioche, 1763

martedì 31 ottobre 2017

Per i veri outsider non è mai Halloween



Tempo di Halloween. Tempo di cose strane. 
Quando ero bambina, Halloween non esisteva, il 31 ottobre era semplicemente il 31 ottobre.
Adesso che Halloween esiste anche qui, i mostri sono stati istituzionalizzati e, almeno per un giorno, le stranezze sono legali.
Ma - per cortesia - le stranezze vere, i mostri veri, lasciateli in pace. Sì, perché con Halloween non hanno nulla a che fare. 
Forse è stato Tim Burton a sdoganare il mostro: e allora tutti giù a far la parte dei mostri, dei freak incompresi, catene, occhiaie, capelli tinti di nero, schiene ingobbite e gente che non ti rivolge il saluto. 
Però. Ecco. Questi mostri dell’ultima ora, a mio modestissimo avviso, non sono veri mostri. Non sono veri freak. Perché non si vergognano di agghindarsi come un palo della luce rotto in mezzo alla tempesta del secolo. No. Questi ne vanno fieri. 
Il vero mostro, il vero freak, si vergogna di mostrarsi. Il vero outsider sa di esser outsider, ma fa di tutto per non mostrarsi al mondo in quanto tale. Si camuffa, recita, indossa una maschera, suda, soffre: e le parole gli muoiono in bocca anche mentre parla in mezzo alla gente. Il vero outsider, di solito, è quello che sta bene con se stesso o con una manciata di persone. È quello che subisce il mondo. È quello che guarda la gente e proprio non la capisce. È colui che guarda la gente e si chiede se quella stessa gente abbia un dietro, un dentro, una vita intima, nascosta, tutta sua, che non sia solo un Ci vediamo alle sette per l’apericena. 
Il vero outsider è quello che, in mezzo alla gente, non spiccica parola, perché si vergogna del proprio pensiero, forse troppo articolato per essere espresso: e perché sa che, appena parlerà, dirà la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Il vero outsider è quello che arriva in tuta acetata ad una festa in cui tutti indossano abitini e tacchi dodici. Ed è quello che, una volta che fa la piega ai capelli, si ritrova in mezzo a gente spettinata e con il fango sotto le scarpe. 
Il vero outsider è sempre fuori luogo. Gli altri, magari, neppure lo calcolano, ma quell’occhiata brevissima e infinitesimale che lo fa sentire davvero fuori luogo c’è sempre - e pesa come un macigno. 
Il vero outsider è colui che da bambino ha fatto a cazzotti con se stesso e che, da adulto, pur continuando a non sopportare nulla del mondo e pur continuando a sentirsi fuori luogo in ogni occasione, ha imparato a recitare la parte della persona normale. 
Qual è il punto?
Il punto è che l’outsider, col suo mostro dentro, con le sue emozioni tanto forti da sfiorare l’entropia, vuole semplicemente essere una persona normale. Con una vita normale. Che fa cose normali. Senza che nessuno possa guardarlo e puntargli il dito contro. No, non mi sono mai fidata di quelli che si atteggiano a freak, che si agitano in vite esteriormente al limite. No, ribadisco: quella è gente che non si vergogna di niente, quella è gente che il suo posto nel mondo se lo prende e lo fa anche con una certa dose di sfacciataggine. 
L’outsider vuole essere fuori dal coro, ma avere una vita normale. Avere un lavoro normale. Sposarsi. Avere una casa. Fare di figli. Abbellire le fioriere del proprio balcone: e non per imitare il vicino che le abbellisce per organizzare ogni estate feste da lounge bar figo sul proprio terrazzo. No, lo vuole perché gli piace la bellezza e vuole godersi incantato i propri fiori. 
L’outsider vero, infatti, sa che tutte le cose normali che desidera, in realtà, nel momento in cui le otterrà, le vivrà come se fossero le cose più speciali dell’universo. 
Per questo, l’outsider vero, di fronte ad un normalissimo lavoro, anche se poco pagato, dirà che non si sarebbe mai aspettato di riuscire a lavorare. Quando si sposerà, penserà che non avrebbe mai immaginato di poter trovare quell’amore così vero e di essere riuscito a celebrarlo di fronte a tanta gente. Tutto ciò che di bello gli capiterà, pur nella sua banalissima normalità, sarà sempre un dono speciale, mai scontato. Perché, quando ha ottenuto tutto questo, il vero outsider sa che ha dovuto lottare infinitamente per farsi accettare dagli altri, per accettare se stesso e tutte le proprie mostruosità, per trovare un proprio posto nel mondo senza tradire se stesso.

Tornerei solo un attimo a Tim Burton. E in particolare a The Nightmare before Christmas. Un film che ha fatto epoca, ma che spesso viene analizzato solo tramite le forme e i colori che propone.
Ragionerei sul titolo. Incubi prima di Natale. Perché?
Perché Natale è un po' l’emblema della tranquillità. La serenità, la normalità, la famiglia, la cura, la casa, l’atmosfera ovattata. È tutto ciò che il vero outsider, quello che nasce troppo sensibile e con tutto un continuo agitarsi dentro, desidera per tutta una vita. Raggiungere la normalità e la serenità, una normalità e una serenità vere e soprattutto coscienti, implica grande fatica, per chi è outsider. Implica dover vivere costantemente nell’incubo, nell’inadeguatezza di sé in un mondo sin troppo schematico, che non sa veder bene, che non sa vedere oltre e che facilmente ferisce. 

Eppure, un giorno, all’improvviso, svegliarsi dall’incubo e trovarsi nel pieno di un’atmosfera calda e accogliente è quanto di più vicino ci sia all’aver appreso il senso di tutte e le cose - e questo solo in pochi riescono a viverlo.

Immagine di proprietà della pagina Facebook Ufficiale The Nightmare before Christmas e disponibile seguendo questo link

sabato 30 settembre 2017

Leggere - e guardare - è molto più utile



UNOeDUEVision

Se scrivere di se stessi e della propria visione del mondo è inutile, banale, narcisistico e, a volte, anche arrogante, leggere è molto più costruttivo. 
Leggere e anche vedere, sia ben inteso, perché guardare i film e le serie tv giuste o perdersi in un’opera d’arte o semplicemente nel paesaggio fuori della propria finestra ti riconcilia con il mondo. 
Durante quest’estate le letture e le visioni sono state molteplici, ma non tante quanto avrei voluto. Alcune cose mi hanno decisamente scioccato per bellezza e interesse, altre annoiato: ma leggere non è mai tempo perso, anche laddove ci si confronti con una lettura lontana da noi e con noi inconciliabile. 
Purché sia scritto bene, ovvio. 

Sono partita con Oceania Boulevard di Marco Galli, una graphic novel tutta italiana edita da Coconino Press, che forse è proprio azzeccata per il periodo di odio-scrivere-amo-leggere in cui mi trovo. Perché riflette proprio su come si atteggia (rendendosi falso) chi vorrebbe o vuole e può fare arte. 

“Chiunque può vedere le cose con gli occhi della libertà, ma far parte della storia è di per sé vivere in una prigione” è la frase che più mi ha fatto riflettere.

Siamo tutti personaggi di una storia, stereotipi - anche nella vita reale. Siamo veri solo se non scendiamo a compromessi, solo se, oltre a vedere con gli occhi della libertà, siamo fuori della prigione di qualsivoglia storia. A volte, questo accade quando diamo in escandescenza: quando mostriamo il mostro che abbiamo dentro. Il mostro è la parte più nascosta, quella di cui probabilmente ci vergogniamo: ma è anche la nostra parte più vera. Per compromesso sociale, spesso, forse sempre, ingabbiamo il mostro dentro uno stereotipo in grado di contenerlo. Anche vestirci e pettinarci in un certo modo può essere il segno della gabbia che ci stiamo cucendo addosso. Il nostro corpo ci segna, ci evidenzia e ci contiene. E più ci vestiamo e ci trucchiamo, più tentiamo di nascondere il vero mostro che è in noi: non la facciata, non la maschera, ma il mostro privato e personale che siamo, quello che tentiamo di tenere ingabbiato e che, prima o poi, goccia dopo goccia, potrebbe sgorgare impetuoso. 
Nell’arte non avviene diversamente. Anche l’arte può essere non-vera. Gli artisti costruiscono un personaggio su loro stessi e portano al mondo uno stile attraverso cui vengono giudicati.
Tutto ciò avviene forse per economia, non per falsità. Se dovessimo essere ciò che siamo, dovremmo mostrare il caos - e nessun essere umano è fatto per sopportare l’entropia. L’entropia, semmai, deve essere controllata, deve essere inserita in un codice, in una forma, resa oggetto conoscibile chiuso in quattro lati, resa persona e personaggio. 
E, tuttavia, a volte, per la nostra stessa, intima, imprescindibile sopravvivenza, occorre che il mostro, che il vero, che il caos vengano fuori, così, all’improvviso, squarciandoci il corpo, l’unica cosa davvero in nostro possesso, e mostrandosi al mondo fuori della sua gabbia - per quello che realmente è. 

Ho fatto letture molto più leggere e meno introspettive (o quasi): ho letto Quanto mi ami da uno a dieci di Polly Williams, edito da Piemme. Titolo originale: The Angel at No 33. La parola Glam che appare in copertina accanto al nome della casa editrice può ingannare: sì, è una storia d’amore, ma il punto di vista principale è quello di una donna, moglie e madre giovane e bella, che muore all’improvviso per cause assurde e il cui fantasma vigila sul marito, vedovo tenebroso e da tutte ambito. Ebbene: il fantasma della fu moglie, non senza qualche problema, cerca di capire quale possa essere la donna che più di altre merita di prendere il suo posto accanto al marito e al figlio. Quante riuscirebbero a comportarsi così, dopo morte? Per me: fantascienza. 

Sono tornata a incupirmi - che poi è il mio sport preferito - dedicando due ore della mia vita a Logan, il terzo film della saga su Wolverine. Il film mi è piaciuto da matti. Ne avevo addirittura sentito parlare su Radio Tre della Rai, alla trasmissione Hollywood Party, che solitamente è un programma per ex-damsiani come me, avvezzi a ore di visioni pesantissime con sottotitoli di ogni tipo. Logan, infatti, non sembra un film Marvel, non sembra un film sui supereroi, ma racconta una storia decisamente universale, con uno stile asciutto, a tratti sporco, senza quel colore fasullo che spesso caratterizza i film con i superpoteri. 

"Questa è la vita: una casa, persone che si amano, un posto sicuro, dovresti prenderti un momento e assaporarlo." Dice Charles Xavier. E come dargli torto? 

La visione del film mi ha portata dritta dritta alla lettura di Vecchio Logan. Anche questa lettura mi ha appassionato oltre misura, soprattutto per la capacità di creare un mondo distopico all'interno di un universo già totalmente inventato
La Marvel ragiona spesso considerando il fumetto come un canovaccio per il film. Vecchio Logan dovrebbe essere la traccia per il film Logan. Sì, il tema di fondo c’è, ma la storia è completamente diversa. Così, ti ritrovi a vivere due storie su binari paralleli, pur con lo stesso senso. Che non è come andare a ricercare nel film ciò che vi è nel libro, anche perché, di solito, i lettori incalliti e sin troppo chiusi, tendono a vedere nell’adattamento cinematografico un’opera mai all’altezza della pagina stampata, senza pensare di analizzare diversamente i due linguaggi. Personalmente, poiché la vedo come Bazin - e cioè che gli adattamenti cinematografici sono l’analisi e la critica al testo scritto, vedasi, ad esempio, il lavoro di Kubrick - adoro il lavoro che la Marvel fa passando da carta a pellicola: intelligente, calzante e, soprattutto, con la possibilità di dare al lettore/spettatore più visioni della storia, più strade da percorrere. 


Parlando di adattamenti, sono finita a leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, edito da Sellerio: dopo, ovviamente, aver visto la serie Rai Rocco Schiavone. Anche qui, due prodotti decisamente diversi. Manzini, essendo anche sceneggiatore, scrive in modo molto visivo: mentre leggi, vedi. Non ci sono virtuosismi, lo stile è semplice, asciutto, talmente asciutto da regalare, spesso, veri e propri tagli malinconici (nel senso che sa davvero come ferirti). La serie ha un tono completamente diverso ma, non so perché, affine al libro. La regia è affidata a Michele Soavi, l’autore del film Dellamorte Dellamore. E, infatti, in Rocco Schiavone - la Serie si sente il tocco horror di Soavi, fotografia grigia, personaggi freak le cui maschere terrorizzano, cimiteri diroccati, fantasmi che fluttuano e si confondono ai vivi, colonna sonora impalpabile e drammatica. Anche qui, dieci e lode: perché si legge un’esperienza e se ne vede un’altra, per me perfettamente affine a un personaggio sfaccettato come Schiavone, dal cui alter ego cartaceo si possono ricavare infinite sfumature e infiniti punti di vista. 

Metto in fondo le mie ultime due letture: una terminata, l’altra in corso. Quella terminata è La più amata di Teresa Ciabatti, seconda classificata al Premio Strega 2017. L’autrice effettua un’analisi psicologica di se stessa passando per la misteriosa storia della sua famiglia che, a sua volta, si mescola con la più oscura storia d’Italia. Potrebbe sembrare il classico romanzo familiare, il mattone di milletrecento pagine che scorre a fatica. Invece no. La scrittura è ansiogena e giustamente patologica: non ci sono dialoghi, non ci sono virgolette, c’è un lungo flusso di coscienza che monta le frasi attraverso le virgole o le coordinate. Frasi che, soprattutto, non riflettono la linearità logica di quando i ricordi sono metabolizzati e compresi, ma che spezzano il senso andando a infilare un ricordo nel flusso di un altro ricordo. 

È un tipo di stile che mi piace e che mi appartiene molto: tuttavia, non posso che dare anche io il Premio Strega a Paolo Cognetti per Le otto montagne. Libro ancora in lettura, un libro che, però, sto divorando. La scrittura di Cognetti è quanto di più lontano da me ci sia: semplice, pacata, naturale. La storia scorre nelle parole come l’acqua di sorgente. Una melodia antica che narra le storie di terre e uomini. Però, ecco: una storia come quella di Cognetti, un significato come quello che lascia trapelare Cognetti, sono universali e appartengono a ognuno. Forse ne parlerò più avanti o forse me lo terrò per me. Posso solo dire che il libro parla di montagna e di luoghi naturali, ancestrali, in cui l’uomo moderno, metropolitano e tecnologizzato, tenta di ritrovare se stesso, il vero se stesso: ed io, pur essendo essere umano di mare, mi sono perfettamente ritrovata in questo discorso. Non vado al mare con l’ombrellone e l’abbronzante, perché per me non è quello il vero mare, così come per il padre del protagonista la vera montagna non è quella degli sciatori e degli skilift. Vado al mare d’inverno, quando posso, perché ora il mare è lontano, ricercando piccoli anfratti in cui l’acqua salata si infrange contro gli scogli: e di fronte a quel gioco di spuma, rocce e abissi non ce ne è per nessuno, né per l’uomo, né per gli animali, né per Dio. 
Mentre leggi Cognetti hai l’impressione di leggere Verga, Manzoni, Calvino o gente di questo calibro. In altre parole: mentre scrive, Cognetti fa Letteratura, quella con la elle maiuscola. E penso che Cognetti finirà presto nelle antologie di scuola superiore. Non so se sarà un bene o un male, ma il mio è un modo per dire che siede già fra i grandi  - e questa è una cosa che tra gli scrittori italiani contemporanei non ho mai trovato finora. 


A maggior ragione, leggendo Cognetti mi rendo sempre più conto di quanto scrivere sia inutile, soprattutto se lo si fa tanto per aumentare il chiacchiericcio in un mondo già saturo di parole. Leggere Cognetti è utile, utilissimo, perché la sua è la scrittura della pace e del silenzio e mi fa incantare come di fronte a un dipinto di Friedrich: quando guardi, in silenzio, contempli, a lungo, con calma, lasciando il mondo di fuori. 

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818

mercoledì 30 agosto 2017

Scrivere è inutile














UNOeDUESliceofLife

Credo che scrivere sia inutile. 
A volte ho voglia di far tutto meno che di scrivere - anche se da sempre scrivo per una qualche sconosciuta esigenza che è nata con me e che si è abbarbicata dentro di me come una foresta di rovi selvatici. 
Eppure, mai come ora reputo del tutto inutile mettere tre parole su carta - su schermo - e registrare le emozioni che vivo, sotto forma di cronaca o di racconto. 

Sì, si scrive per registrare ciò che si vive, per capirlo, per dare ordine al caos, per rendere poetico il caso, per avere traccia e memoria di quello che si vive. Ecco, ora, forse, nonostante l’estrema riluttanza nei confronti delle parole, scrivo più che altro per lasciare traccia di qualcosa di importante. Anche se l’importanza di quello che decido di raccontare non riesce a essere contenuta in nessuna riga. 

Si scrive per narcisismo e in nome di un narcisismo mai sbandierato abbastanza si dicono cose inutili, di nessuna importanza, di cui tutti farebbero volentieri a meno. Probabilmente - anzi, sicuramente - sono narcisista anche io, che scrivo adesso dicendo di non voler scrivere: ma ho solo bisogno di specchiarmi e questo luogo qui, in cui scrivo da circa nove anni, è l’unico in cui posso lasciare traccia di qualcosa di importante senza che vada perso nella carta di qualche trasloco o tra le tarme di un oscuro armadio dimenticato. È un posto fondamentalmente mio: non è un canale a tiratura mondiale e in pochissimi gravitano qui. 

Si scrive per dare parola a qualcosa di indicibilmente bello che si è vissuto e provato, ma, appunto, quel qualcosa rimane indicibile: inutile dare voce a ciò che rifugge da ogni piglio razionale. Inutile. Del tutto inutile. Le emozioni viscerali sono tali, rimangono tali - e se fossero esplicabili allora non sarebbero tanto viscerali. Non sarebbero tanto importanti. Ho tentato per due anni di dar voce a un percorso per me profondamente importante come il matrimonio, ma solo ora mi rendo conto di quanto sia parziale la profondità che sono riuscita a descrivere in quei brevi post, a cui ho dovuto dare una forma e un senso e a cui, di sicuro, ho tolto tanto, forse quasi tutto il bello e il profondamente reale che c’era, pur di ingabbiarlo in una forma coesa e con un senso compiuto. 

Si scrive per registrare la vita ma, ecco, nel momento in cui si registra la vita, la vita non c’è più. O si vive o si scrive. Diceva Pasolini che il montaggio finale di un film equivale alla morte: solo allora, quando si finisce di girare e si monta, si dà senso alle immagini e solo allora si smette di perpetuare vita.

La vita è profonda e indicibile e sfuggente, a tratti vedi una cosa e ti pare di capire tutto, il momento dopo capisci che non hai capito niente e che l’unica cosa che puoi fare è continuare a guardare, a contemplare, a perderti. Di fronte a tante ondate di bellezza e forza, dove, come, perché dover scrivere? Perché dare per forza un senso a tutto?

Ero in macchina, qualche giorno fa, sull’autostrada. Dalla radio usciva Fuzzy. Io mi incanto a guardare lo specchietto retrovisore dal lato del passeggero. Nello specchietto vedo i lampioni a forma di gabbiano che si ergono al centro dello spartitraffico. I lampioni entrano nello schermo dello specchio e ne escono seguendo perfettamente il tempo della chitarra di Fuzzy. Sullo sfondo un tramonto abbacinante. Di quei tramonti in cui ti senti a casa. Perché è importante che tu ti senta a casa, che tu ti senta nel posto giusto, proprio al momento del tramonto, al limitare della sera, quando sei in bilico tra giorno e notte, luce e buio - e anche solo una sfumatura di buio o una sfumatura di luce possono migliorarti o peggiorarti l’esistenza. 
Qual è il senso di ciò che ho visto nello specchietto retrovisore? Nessuno. Non c’era alcun senso. Solo tanta bellezza, tradita dalle mie banalissime parole. Anzi, non mi sono nemmeno spesa un po’ a tentare di rendere poetico quello che ho visto. Non ne vale la pena. Sforzo inutile. Quello che ho visto e provato rimane dentro di me. Quello che ho scritto non ha neppure l’un per cento della bellezza che potrei condividere, ma che per limite, umano o divino, non posso condividere. 
Spietata bellezza senza senso di ciò che vediamo. 
Muta bellezza di ciò che mi porto dentro, solo con due occhi enormi per guardare e i nervi per sentire. 
Una stratificazione di cose che, composte, dentro di me hanno trovato un senso: e io di certo non starò qui a banalizzarlo. Non sono così brava. Non sono perfetta. 

Michelangelo nell’uomo vide un corpo alto cinque metri, un corpo marmoreo, l’espressione concentrata e accigliata, le braccia lunghe, forse troppo, il petto scolpito, gambe e cosce poderose: un uomo che è un dio e che troneggia sul mondo, pur nella sua infinita piccolezza. Schiele nell’uomo vide un corpo contorto e multicolore - rosso, marrone, turchese, viola - striato, allungato, rattrappito, immobile, in movimento, con gli occhi pieni e gli occhi vuoti: una sorta di verme strisciante, pur nella sua infinita grandezza. Quale sia la forma esatta dell’uomo, se quella di Schiele o quella di Michelangelo, non lo so. No. So che entrambi hanno tentato di dare forma a qualcosa che non possiamo dire. So solo che dare forma a un corpo significa dare forma a una vita inafferrabile e perfetta, piccola e grande, silente e tonante. 
E che io non sono nessuno per descrivere questo.

So solo che ho l’infinito privilegio di sedermi sconvolta a guardare incantata - in silenzio.

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Michelangelo Buonarroti, David, 1501-1504
Egon Schiele, Lottatore (Autoritratto), 1913

domenica 30 luglio 2017

La pazienza della crostata




UNOeDUESliceofLife

Ho sempre avuto qualche problema con la pasta frolla. 
Ho impastato di tutto - pane, pasta, pizza, croissant e persino il panettone - e non ho incontrato la stessa difficoltà che ho avuto con la pasta frolla. 

Ma mai arrendersi. 

Insomma. Tutti sanno impastare la pasta frolla. Tutti sanno fare una crostata. La crostata è alla base della produzione casalinga di una qualsiasi donna cuciniera: non serve aver frequentato corsi di alta cucina. Basta guardare la nonna o la mamma che impastano e, praticamente, già sai come fare la pasta frolla. E perché io no? Perché non dovrei riuscirci?

Quindi: mai arrendersi.

Ho fatto un respiro profondo. Ho scelto un momento solo per me.

Il tempo, fuori, ha registrato un cambiamento inaspettato e spaventoso. Si è passati da quaranta a venti gradi, dal sole alla pioggia-vento-tempestadifulmini. 
Il clima ideale per accendere il forno. 

E l’idea che passa è proprio quella di cimentarsi con la crostata, quindi: di lavorare la pasta frolla. La cosa più difficile e, a volte, frustrante in assoluto. 

In passato ho prodotto crostate ancora crude dopo un’ora e mezza di cottura, crostate che si sbriciolavano non appena le guardavi, crostate spumose che sembravano ciambelloni in forma di crostata - insomma: crostate fallimentari. 

Pur seguendo quasi sempre la stessa procedura, il risultato era ogni volta diverso e comunque, come già ribadito, fallimentare. Il senso di fallimento - e frustrazione - aumentava al pensiero che tutti, ma proprio tutti, sanno metter su in due minuti una crostata. Senza troppe cerimonie. 

Che ansia. L’ansia di non saper fare, come tutti, una banalissima crostata di confettura.

Solo poi, solo con l’ultima crostata fatta, ho capito quale era l’ingrediente che mi mancava. 

Quindi: mi munisco del meglio del meglio che la filiera alimentare nostrana possa donarci. Burro delle Alpi, uova del contadino - di quelle col tuorlo grosso e giallo che tanto mi ricordano il pan di spagna alto e altrettanto giallo di una contadina che ci forniva di uova e verdure durante la mia infanzia -  farina della nonna, quella che costa quattro euro al chilo, marmellata di albicocche nate dall’albero di casa e ridotte a confettura dalle mani della mamma. Se dovessi venderla, questa crostata costerebbe cinquecento euro.
È composta di Roba talmente buona che per forza di cose devo raggiungere il successo: un fallimento con prodotti di primissima qualità produrrebbe, dal canto mio, urla strazianti e rabbiose in cima all’abbaino del palazzo, in modo che almeno mezzo stivale possa sentirmi.

Faccio un gesto in più, apro i ricettari delle nonne, tra cui il Talismano della Felicità, quello sulla cui copertina campeggia il Mangiafagioli di Carracci. La signora Ada Boni, dall’alto della sua esperienza millenaria, mi impone una quantità di ingredienti precisa, ma anche un procedimento che molto implica quell’a occhio che solo le cuoche esperte sanno usare. Ad esempio, il pizzico di sale. O, ancora, quando recita: mescolate gli ingredienti senza aggiungere la minima quantità di acqua, perché tutto si amalgamerà perfettamente

Questa è la frase che mi mette in crisi. Inizio a impastare. A mano, ovviamente. Sciolgo il burro con il calore delle mani. Dopo un quarto d’ora di lavoro muscolare, la situazione è sempre la stessa: farina e zucchero hanno inglobato tutto, nel senso che anche le uova e il burro sono diventate polvere. E, dalla polvere, è difficile ottenere un panetto liscio, elastico e omogeneo. 

I pensieri sono i più turpi: butto tutto nel sacchetto dell’umido. Anzi no: nasconderò le tracce. Butterò tutto nel WC. Tanto non lo ho detto a nessuno del mio esperimento. 
Ma poi torno in me: la marmellata di casa, la farina della nonna, le uova del contadino, il burro delle Alpi… ma siamo matti? Ma cosa butto? E poi, se Ada Boni dice che tutto si amalgamerà perfettamente, allora tutto si amalgamerà perfettamente. 

Proseguo. Imperterrita. Ma soprattutto: paziente. 

Ecco quello che mi mancava. La pazienza. Pazienza significa saper aspettare. Pazienza, attesa e potere demiurgico delle mie mani calde, di punto in bianco, producono una piccola pallina di impasto. Che poi diventa sempre più grande. E poi la pallina diventa una palla gialla senza striature. E poi diventa una grossa palla gialla ben amalgamata che è quasi un piacere da impastare. E proseguo, paziente e fiduciosa, col lavorio di mani, muscoli e concentrazione.

Ed eccolo: quel panetto perfetto e giallo ed elastico che doveva venire - e che ora deve solo riposare. 
Mentre la piccola palla riposa, mi sento così galvanizzata dal successo che decido persino di fare altre cose contemporaneamente: tipo preparare la cena. 

All’improvviso la cena è pronta e la piccola palla ha finito di riposare. È ora di darle forma. 
E, con immensa sorpresa, stendere il cerchio da mettere nella crostatiera diventa facile. Anzi, FACILE! Non ci metto due minuti e nemmeno dieci, impiego mezz’ora, ma il cerchio poi si adagia perfettamente nel testo da forno. Svuoto il vasetto di marmellata della mamma nel cerchio di pasta frolla steso. E poi, poiché non sono un Michelangelo ma forse più un Pollock, decido di non fare le strisce zigrinate a copertura della mia crostata, ma una serie di palline e piccole strisce sottili, altre più spesse, disposte in modo disordinato ma coerente: forse, più che un Pollock assomiglio a un Mirò. Ecco: la mia crostata ha pure la personalità. E, in forno, fa una piccola ossatura di pasta frolla e la marmellata ribolle come un tenero cuore pulsante. 

Nel frattempo torna a casa Lui, che guarda la crostata e dice che è bellissima, che il profumo è ottimo e il sapore, domattina, sarà all’altezza delle aspettative. Ecco: la pazienza, oltre alla personalità, porta a casa anche chi ti sa dare l'indispensabile botta di fiducia affinché tutto vada bene. 

D’improvviso, capisco che prima nelle mie crostate mettevo l’ingrediente più acre - l’ansia. L’ansia di vedere che tutto si amalgamasse bene subito, l’ansia di sbagliare, l’ansia di dover buttare tutto nel secchio, l’ansia di cucinare qualcosa di cattivo. Ansia che c’è sempre ed è anche giusto che ci sia: perché quel pizzichino d’ansia aumenta la concentrazione e le prestazioni. Ma, in taluni casi, l’ansia va nascosta sotto il tappeto della pazienza. 

Per fare una crostata ci ho messo un pomeriggio intero, il tempo ha avuto il tempo di fare un uragano, una tempesta di fulmini, una grandinata, di spazzare via le nuvole e far uscire il sole del tramonto su un cielo terso e freddissimo. Poi ho atteso tutta la notte, perché la crostata si posasse a dovere. A colazione ho tagliato piano, con cura, i triangoli di dolce e li ho poggiati su piattini appositi. 

E la mia crostata era inaspettatamente, pazientemente: buona. 
La più buona dell’universo.

Immagine: Edouard Manet, La coppia al Père Lathuille, 1879